La manosfera dei podcast

Lola (interpretata da Clara Galle) e Sara (Mia Sala-Patau) sono due amiche che conducono un videopodcast dedicato ai videogiochi. Lola è anche una streamer: ha un canale dove gioca in diretta a videogiochi vari. Ultimamente è in fissa con un videogioco spagnolo degli anni ’80 attorno a cui ruotano leggende metropolitane di ogni tipo. Il videogioco si chiama Místicas ed è difficilissimo: nessuno riesce ad arrivare alla fine. Così, quando Lola scopre una stanza segreta all’interno del gioco, la popolarità del suo canale streaming esplode. Intanto lei e Sara iniziano a indagare sulle origini di Místicas: dietro c’è una storia molto inquietante, legata a un convento abbandonato.

Questa è, in sintesi, la trama di Místicasaudioserie fiction sceneggiata creata da quella coppia di geniali sceneggiatori che sono Carmen Pacheco e Manuel Bartual e prodotta dallo studio cinematografico indipendente VIVA. con fondi europei. È uno dei lavori audio più interessanti e originali che abbia ascoltato di recente. Il podcast è costruito come una specie di matrioska con più livelli narrativi, e ogni livello narrativo è contenuto in una diversa cornice. C’è la cornice del videopodcast, con le interazioni tra Lola e Sara; c’è quella del canale streaming di Lola; e poi c’è quella della storia di ciò che accade nella vita delle due amiche.

Il motivo per cui ti racconto di Místicas però non è per parlare della sua struttura, ma per ragionare su un fenomeno che il secondo episodio del podcast evidenzia con chiarezza.

A un certo punto Sara chiede a Lola se ha visto i commenti sotto l’ultimo video del loro podcast. «Ci sono almeno cento tizi che commentano quale delle due si scoperebbero», osserva Sara. Lola minimizza, Sara si arrabbia. Lola allora sbotta:

«Quindi chiudiamo il podcast? Chiudo il canale? Se fosse per questo non ci sarebbe nemmeno una streamer al mondo. Nemmeno una. Come se non avessi mai giocato online e non sapessi come stanno le cose».

Sara accusa Lola di essersi truccata così tanto per registrare proprio per compiacere il pubblico maschile. Lola risponde che si è truccata perché le va, che è il suo modo di “empoderarse” (emanciparsi). Secondo Sara invece Lola si trucca perché i commenti le minano l’autostima. Lola ribatte che si trucca, e sopporta gli uomini ubriachi nel bar dove lavora, perché le servono soldi: «E ora mi trucco e faccio streaming perché voglio guadagnare un po’ di più e soffrire un po’ di meno».

Mia Sala-Patau e Clara Galle, le attrici che interpretano Sara e Lola in Místicas

Il sessismo nell’industria dei video in streaming

Il sessismo ha fatto parte dello streaming video sin dalle sue origini. Da quando nei primi anni 2010 piattaforme come Twitch e YouTube hanno iniziato a permettere la creazione di contenuti live, le creator hanno sempre dovuto fronteggiare un ambiente ostile: commenti sessualmente espliciti, molestie, sessualizzazione costante dei loro corpi e dei loro contenuti. Tutto ciò nel tentativo di delegittimare la presenza femminile in spazi tradizionalmente maschili come il gaming, l’intrattenimento tecnologico e la critica culturale.

Con il moltiplicarsi dei podcast in formato video questo fenomeno è diventato sempre più diffuso anche nel mondo dei podcast, dove spesso le creator fanno i conti con molestie testuali in chat, body shaming e allusioni sessuali che riducono il loro lavoro a mero oggetto di desiderio maschile. Il sessismo si configura come una strategia di esclusione che mira a scoraggiare la partecipazione femminile e a mantenere questi spazi come territorio esclusivamente maschile.

Il gender gap nella storia dei podcast

Anche la storia e l’industria dei podcast solo audio però non sono privi di meccanismi del genere.

I podcast erano nati da un paio di anni quando, nel 2005, Heather B. Armstrong lanciò MommyCast. Nel 2001 – epoca d’oro dei blog – Armstrong aveva creato un blog, diventato in breve tempo popolarissimo, dove raccontava le difficoltà della maternità, tema al tempo per nulla comune su internet. Anche MommyCast parlava di vita famigliare e maternità: era uno dei primissimi podcast a farlo. Non solo. MommyCast è stato in generale uno dei primissimi podcast con una conduttrice di sesso femminile, all’interno di un panorama mediatico digitale che allora era quasi interamente appannaggio degli uomini.

Ancora nel 2013 secondo l’app Stitcher solo il 20% dei top 100 podcast era condotto da donne. Fu proprio a fronte di questo dato che Radiotopia, allora neonato network di podcast narrativi, dichiarò il proprio obiettivo di promuovere podcast femminili. La rete si impegnò esplicitamente a dare spazio a nuovi show condotti da donne e in poco tempo entrarono a far parte di Radiotopia podcast come The Heart di Kaitlin Prest (qui trovi un approfondimento su Prest per QdO) o The Kitchen Sisters.

Eravamo alla metà degli anni 2010, le cose finalmente stavano iniziando a cambiare. Un contributo fondamentale alla parità di genere nel podcasting di sicuro lo ha dato nel 2014 il successo di Serial, condotto dalla giornalista Sarah Koenig. Negli anni subito dopo sono comparsi podcast come Call Your Girlfriend di Ann Friedman e Aminatou Sow e Another Round di Tracy Clayton e Heben Nigatu, che affrontavano temi personali, culturali e sociali da una prospettiva femminile.

Dal 2016 al 2018 si è registrata una crescita esponenziale di contenuti che davano voce a narrative femminili, spesso legate a movimenti quali #MeToo e a discussioni sull’uguaglianza di genere. Al tempo stesso piattaforme come Spotify e Apple Podcasts hanno iniziato a promuovere attivamente i contenuti di creator donne, rendendoli più visibili.

Oggi i podcast rappresentano un ecosistema molto più diversificato rispetto a dieci anni fa, con una significativa presenza femminile in quasi tutti i generi: dalla narrativa al giornalismo, dall’intrattenimento all’analisi politica e culturale.

D’altra parte, ancora nel 2021 in Italia (e non solo) si notava un certo gender gap: nella top 100 di Spotify Italia appena il 22% dei podcast era condotto da donne, concentrati principalmente in categorie come Salute e Benessere (32%) ed Educazione (27%). Proprio per favorire l’equità e l’inclusività nel settore del podcasting, nello stesso anno Spotify aveva lanciato in Italia la prima edizione di Sound Up, programma di formazione nel podcasting rivolto a categorie sottorappresentate. Non a caso nel nostro Paese si era deciso di dedicarlo ad aspiranti podcaster donne.

Ma quali sono i motivi di questo divario di genere? Lo illustra una ricerca di WomenX Impact del 2022:

  • il 74% delle intervistate vedeva la tecnologia come un ostacolo insormontabile, contro solo il 26% degli uomini;
  • Il 54% aveva paura del giudizio;
  • il 53% temeva non essere presa sul serio;
  • il 60% provava insicurezza rispetto ai contenuti.

La ricerca di WomenX Impact ha sottolineato anche come gli uomini tendono a preferire podcast con voci prevalentemente maschili, mentre le donne ascoltano contenuti condotti sia da uomini sia da donne.

Questa disparità si riflette anche nella composizione del pubblico: storicamente l’audience dei podcast è stata a maggioranza maschile, con le donne che rappresentavano una fetta minoritaria degli ascoltatori. Tuttavia negli ultimi anni la componente femminile dell’audience è cresciuta parecchio in tutto il mondo.

L’illusione del progresso

Nonostante i passi avanti nel podcasting, come scrivevo l’avvento dei videopodcast rischia di vanificare gran parte dei progressi ottenuti in termini di inclusività e rappresentazione femminile. L‘enfasi sulla “camera-readiness ha introdotto nuove barriere per le creator donne, sottoponendole a un alto livello di scrutinio estetico.

Le podcaster ora devono non soltanto produrre contenuti di qualità, ma anche apparire perfette. Capelli impeccabili, trucco curato, illuminazione professionale, outfit strategicamente selezionati sono diventati quasi un requisito, molto più per le donne che per i loro colleghi maschi.

In generale l’universo dei videopodcast ripropone sempre di più le logiche della “manosfera”: spazi dominati da uomini che intervistano altri uomini, con una narrazione che privilegia prospettive prevalentemente machiste.

Risulta evidente da una recente analisi di Bloomberg sui contenuti di una serie di podcaster e streamer statunitensi che negli ultimi due anni si sono affermati come nuova fonte di informazione mainstream per milioni di giovani uomini. L’analisi di Bloomberg fa emergere il ruolo di questi creator, tutti uomini e in maggioranza conservatori, nel supportare Donald Trump durante le elezioni presidenziali del 2024.

Bloomberg ha analizzato 2.000 video (1.300 ore di contenuto) dei nove podcaster qui sopra

Questa situazione, ovviamente, non riguarda solo gli Stati Uniti. Anche nel nostro Paese è sempre più diffusa. Ne ha parlato per esempio di recente la giornalista e scrittrice Selvaggia Lucarelli nella sua newsletter:

«Osservando come si sta muovendo la comunicazione intorno alla politica (e viceversa) in America, è impossibile non notare come in Italia si stia costruendo uno schema molto simile. Uno schema che ha riassunto in maniera inquietante il novello macho [Mark] Zuckerberg che, ospite del famoso podcaster Joe Rogan (uno a metà tra Cruciani e Red Ronnie), ha detto: “L’energia maschile è una cosa buona. E ovviamente ce n’è molta nella società, ma credo che la cultura aziendale stia davvero cercando di allontanarsene. Penso che avere una cultura che celebra un po’ di più l’aggressività abbia i suoi meriti”.

L’avanzata italiana dei videopodcast machisti, aggressivi, complottisti, scorretti, condotti in massima parte da maschi che intervistano maschi e che si sponsorizzano a vicenda in maniera strategica e cameratesca non è casuale. È perfettamente in linea con quello che sta accadendo in America e con il progetto e l’idea di egemonia culturale di Musk e Trump».

Nonostante i progressi nel podcasting audio, i videopodcast rischiano di rappresentare un pericoloso passo indietro: un territorio che, anziché aprirsi a una maggiore inclusività, riconferma vecchi stereotipi di genere e pratiche discriminatorie.

Leave a Reply

Your email address will not be published.